Buongiorno,
Sono residente estero da oramai 20 anni, lavoro nel mondo della cybersecurity e sono appassionato di tecnologia, crittografia e tutto quello che ruota intorno al digitale e digitalizzazione in genere.
Da anni mi sono dotato di Firma Digitale Qualificata, SPID e CIE pero’ noto che c’e’ una certa resistenza a poter utilizzare questi mezzi, specialmente la firma Qualificata.
A volte quando la provo ad utilizzare mi ridono in faccia….molto professionale.
Ho deciso quindi di scrivere un articolo sul mio punto di vista sulla situazione da me percepita circa l’adozione di questi strumenti in Italia.
Ve lo propongo qui e vorrei sapere le vostre impressioni:
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La Dissonanza Digitale in Italia. Stato della Innovazione Tecnologica: opportunità e limiti
Negli ultimi vent’anni, abbiamo assistito ad una evoluzione tecnologica senza precedenti, con strumenti digitali progettati per semplificare la vita dei cittadini. In Italia, tra le innovazioni di spicco troviamo la Carta d’Identità Elettronica (CIE), lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale), la PEC (Posta Elettronica Certificata) e la Firma Elettronica (Semplice, Avanzata e Qualificata), tutte tecnologie avanzate che rappresentano lo stato dell’arte. Tuttavia, l’applicazione pratica di questi strumenti solleva interrogativi sulla loro effettiva utilità nel contesto burocratico e sociale del Paese.
CIE: un gioiello tecnologico poco valorizzato
La CIE ha finalmente mandato in pensione il vecchio modello cartaceo, in vigore dai tempi di Albero Moravia, facilmente falsificabile, introducendo un documento sicuro e versatile. Oltre ad impedire la contraffazione, che era alla portata di un bambino delle elementari, nel modello precedente, permette l’autenticazione sui portali governativi e supporta la firma elettronica avanzata, anche se non ancora qualificata.
In futuro, potrebbe sostituire completamente lo SPID. Tuttavia, il suo utilizzo è ostacolato da problemi pratici: per esempio, gli italiani residenti all’estero segnalano difficoltà nel ricevere codici OTP su numeri internazionali, con un’assistenza tecnica spesso inefficace, per non dire inesistente.
Ho provato a segnalare il problema via e-mail, visto che per telefono è impossibile parlare con chicchessia e l’unica risposta che ho avuto è un bel ‘ticket number’. Sono oramai passati oltre 7 mesi: penso stamperò il ticket e lo farò incorniciare e lo userò come memento.
SPID: una semplificazione inefficiente?
Lo SPID è stato concepito per centralizzare l’accesso ai servizi pubblici, eliminando la necessità di creare account multipli. Nonostante i vantaggi, la sua implementazione è frammentata.
Per gli italiani all’estero, ottenere lo SPID è un percorso a ostacoli: alcuni fornitori impongono requisiti totalmente arbitrari, come la validità limitata dei certificati di attribuzione del codice fiscale, nonostante non esista alcuna scadenza normativa per tali documenti.
Il codice fiscale è ottenuto tramite l’algoritmo impropriamente chiamato Codice Belfiore ed è legato al nome, cognome data e luogo di nascita del cittadino. A meno di cambi di nome non è soggetto a variazioni vita natural durante.
Questa discrezionalità crea confusione ed iniquità. Come è possibile che delle società private si arroghino il diritto di determinare la validità di un certificato emesso dallo Stato? (nello specifico dal Ministero dell’Economia e Finanze)
Alcuni provider come Intesi Group (non me ne vogliano per la citazione) stabiliscono un limite di sei mesi, altri provider più generosi, bontà loro, di un anno.
È come se partendo per un viaggio la compagnia aerea vi dicesse: “Caro signore il suo passaporto è scaduto perché secondo noi vale solo 3 anni anche se lo Stato italiano dice che ne vale 10…ma noi sa, siamo dadaisti…e quindi lei non parte.”
Invece sembra che per assurdo il famoso tesserino del codice fiscale verde sia sempre valido: un evergreen appunto, di nome e di fatto.
PEC: un’innovazione non sfruttata appieno
La PEC è uno strumento rivoluzionario che garantisce valore legale alle comunicazioni elettroniche, ma la sua adozione è ostacolata da pratiche obsolete.
È così rivoluzionario che esiste solo in Italia anche se vi è un progetto per estenderla a tutta Europa in varie forme. Non so quanto in Europa se ne senta la mancanza.
Un esempio emblematico sull’adozione della PEC che ho scoperto personalmente è il caso di Iliad, che richiede un fax o una raccomandata per bloccare una SIM smarrita, ignorando la possibilità di utilizzare la PEC.
Sarebbe interessante fare un sondaggio in una scuola media superiore e chiedere di descrivere cosa sia il FAX. Non penso avremmo molte risposte se non da qualche amante della preistoria delle comunicazioni.
Questa resistenza all’innovazione compromette l’efficacia dello strumento.
Firma elettronica: tecnologia avanzata, utilizzo limitato
La firma elettronica è disponibile in tre livelli (semplice, avanzata e qualificata). La firma qualificata ha pieno valore legale, equiparabile alla firma autografa.
I documenti sottoscritti con firma elettronica qualificata (cd. firma digitale), soddisfano il requisito della forma scritta e hanno l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del Codice Civile. (cit. Agenzia per l’Italia Digitale)
Tuttavia, molte realtà private e pubbliche in Italia non ne riconoscono il valore o non la adottano. Questo porta a situazioni paradossali in cui i cittadini, pur avendo accesso a tecnologie avanzate, si trovano costretti a tornare alla carta o a soluzioni meno sicure.
Un anno fa mi sono trovato a dover affrontare varie trafile burocratiche essendo venuto a mancare mio padre.
Mi sono recato in banca e pretendevano che io tornassi a firmare alcuni documenti quando sarebbero stati pronti.
Ho provato a spiegarli che ero residente estero e comunque ero dotato di tutte queste meraviglie tecnologiche (tutte eh? proprio tutte, anche la Firma Qualificata)
Mi hanno trattato con sufficienza e mentre lo facevano ridacchiando sotto i baffi, per l’altro con mia madre presente e durante una situazione assolutamente tragica, dicendomi che loro la firma qualificata non la usano. Mi hanno fatto vedere un tablet Wacom e mi hanno detto che quella era la loro firma elettronica.
La dissonanza tra tecnologia e mentalità
Nonostante l’elevato livello tecnologico degli strumenti disponibili, l’Italia soffre di una dissonanza digitale: da un lato, soluzioni futuristiche; dall’altro, un contesto burocratico e sociale ancorato a pratiche obsolete. La mentalità di molte organizzazioni pubbliche e private è rimasta ferma a metodi tradizionali, come l’uso del fax (ma funziona ancora sulle linee digitali?) o la predilezione per firme autografe, ostacolando il pieno utilizzo delle tecnologie.
Io ho l’impressione che tutti questi fantastici strumenti siano come un sottilissimo strato di platino dello spessore di un atomo che riveste una gigantesca massa di nulla cosmico.
Prospettive per il futuro
Per sfruttare appieno il potenziale di questi strumenti, è necessario intervenire su due fronti:
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Legislativo: Uniformare le normative per eliminare discrepanze e arbitrarietà nell’applicazione pratica delle tecnologie.
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Culturale: Promuovere un cambiamento di mentalità nella pubblica amministrazione e nelle aziende, sensibilizzando sull’importanza e la sicurezza degli strumenti digitali.
In paesi come il Regno Unito, una semplice e-mail ha valore legale. Tutti i contratti di lavoro che ho ‘firmato’ sono stati perfezionati via e-mail. Il valore legale di una e-mail è indiscusso fino a prova contraria in corte. Ciò dimostra che è possibile semplificare i processi senza compromettere la sicurezza.
Anche l’Italia ha le risorse per fare altrettanto, ma occorre superare le resistenze culturali e burocratiche che rallentano il cambiamento.
Conclusione
Gli strumenti tecnologici italiani rappresentano un’eccellenza, ma la loro efficacia è limitata da barriere legislative, culturali, mentali ed operative. Il futuro passa dall’adozione concreta di queste tecnologie per migliorare la vita dei cittadini e rendere l’Italia un esempio di innovazione digitale. Non è solo una questione di tecnologia, ma di mentalità e volontà di cambiamento.
Sarei interessato a sentire l’opinione dei prodi alfieri del digitale in Italia come Marco Camisani-Calzolari (che se non erro si é pure prestato a pubblicizzare la CIE) e Matteo G.P. Flora
Sarei pure interessato a sapere dai possessori di Firma Elettronica (di tutti i livelli) se sono mai riusciti ad utilizzarla e in quali ambiti da semplici cittadini.
Cosa ne pensate? Sono un pessimista o solo un ottimista male informato?
Cordialmente,
Marco S. Zuppone