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Blockchain e interoperabilità


(Antonio Massari) #1

Le Blockchain aperte sono decisamente innovative e “game changer” in quanto il meccanismo del consenso è governato da forze indipendenti, spesso in contrapposizione l’una all’altra, che si autoregolano, senza richiedere l’esistenza di entità centrali o oligarchie che ne governano il funzionamento, se al contrario si parla di Blockchain chiuse e regolamentate, le soluzioni conseguenti sono declassate a una delle possibili implementazioni di scenari di interoperabilità e dati distribuiti, scenari che possono essere affrontati con tecnologie standard come i Distributed Database Management System o altre tecnologie di distribuzione e replica e facendo riferimento a fonti di trust istituite centralmente (TSA, PKI).

Allo stato attuale, tuttavia, le Blockchain aperte scalano con difficoltà, sono imprecise nei riferimenti temporali, hanno una capacità di memorizzazione delle informazioni inadatta alla quasi totalità dei casi d’uso con i quali ci confrontiamo ogni giorno. E quindi perché usarle? La condizione principale per cui può avere senso la sua applicazione: la mancanza di fiducia verso entità centrali di governo o di intermediazione. Chi richiede, o addirittura pretende, che i suoi dati siano “scolpiti nella pietra della Blockchain” è chi ha ragione di credere che l’esistenza di autorità centrali o entità di regolamentazione istituite dall’alto non sia sufficiente garanzia di trasparenza e integrità o collocazione temporale dei dati. Posso immaginare associazioni non governative, movimenti di protesta, associazioni transnazionali, o semplici cittadini, che ritengano di dover essere garantiti in questo modo, anche in relazione a chi sia l’autorità centrale di cui non ci si fida, della particolare situazione politica e in quale stato risieda.

E’ evidente come l’applicabilità di Blockchain aperte da parte di una Pubblica Amministrazione, specialmente quella italiana, basata sul modello giuridico di “civil law”, appaia contraddittoria.

Mentre rimane possibile che una PA sia coinvolta come soggetto passivo in un sistema che usi Blockchain aperte, una PA che favorisse in modo deciso e perentorio l’utilizzo delle Blockchain aperte cadrebbe in un ossimoro, perché smentirebbe se stessa.

Una PA è fonte di “trust” per definizione e quindi non può essa stessa ritenere utile, o addirittura promuovere, l’utilizzo di soluzioni che partono dalla premessa che non ci si possa fidare di nessuno.

Una PA deve occuparsi di interoperabilità, di far parlare i sistemi tra loro tramite API, di partecipare e sostenere il percorso chiaramente indicato nel Piano Triennale dal Team per la Trasformazione Digitale e AgID sulla costituzione e diffusione della banche dati di rilevanza nazionale, banche dati che costituiscono fonti autoritative di informazioni nei domini di riferimento.