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Definizione della categoria: linee guida e-leadership

Le Linee guida per le competenze di e-leadership sono in consultazione pubblica dal 18 giugno al 19 luglio 2018.

Con queste Linee guida si vuole fornire un utile strumento per definire i principi e le strategie per la mappatura e la valorizzazione degli e-leader, la mappatura di possibili linee di intervento, la definizione di percorsi e strumenti per la progettazione formativa nonché linee guida specifiche per la misurazione di impatto.

Obiettivo della consultazione è arricchire il perimetro di indicazioni, suggerimenti e proposte atte al miglioramento e all’integrazione del documento.
La consultazione è aperta a tutti i potenziali soggetti del settore, in particolare regioni ed enti formativi con lo scopo di estendere l’esperienza di applicazione in altre regioni.

Prime osservazioni sulle consultazioni pubbliche:
 “Linee guida per l’armonizzazione delle qualificazioni professionali, delle professioni e dei profili in ambito ICT”
 “Linee guida per la qualità delle competenze digitali nelle professionalità ICT”
 “Linee guida di e-leadership"

Confindustria Digitale, la Federazione di rappresentanza industriale nata con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo dell’economia digitale, aderisce alla consultazione pubblica con l’obiettivo di portare il punto di vista rappresentativo del mercato e delle Imprese, a cui fanno capo imprese per un totale di oltre 250.000 addetti, per sostenere le politiche di concorrenza e innovazione del Paese. Quale prima considerazione generale, riteniamo di poter affermare che il testo in consultazione sia un documento utile per identificare i modelli di riferimento, armonizzare le terminologie utilizzate e valorizzare le competenze digitali tra i cittadini (competenze di base), per chi lavora nel campo ICT (professionali) e per chi occupa posizioni dirigenziali (di e-leadership). Siamo altresì consapevoli che nella fase dinamica della rivoluzione digitale, professioni e profili sono in evoluzione e ogni lavoro teso a determinare modelli e contenuti di riferimento è per forza di cose un modello in progress, che evolverà e si aggiornerà nel tempo arricchendosi dell’esperienza e della vision del futuro.
Fatta questa premessa, in tale contesto, intendiamo dare il nostro contributo offrendo la competenza e conoscenza dello specifico settore, per trovare soluzioni ispirate a criteri di equità e semplificazione delle classificazioni professionali, che siano rappresentative del mercato, del mondo industriale e delle imprese. Le indicazioni che riteniamo opportuno evidenziare riguardano i seguenti punti:
 Certificazione delle competenze e semplificazione normativa
Il tema della classificazione e certificazione delle competenze è diventato oggetto di studio e, successivamente, di tentativi di “standardizzazione” e poi di “normazione” da alcuni anni. In particolare, le impressioni che si ricavano dall’analisi del Decreto legislativo 16 gennaio 2013, n.13, la diversificazione dei vari Repertori Regionali e, più in generale, l’elevata frammentarietà del panorama esistente non lascia però ben sperare. Soprattutto considerando il dinamismo e la velocità della rivoluzione digitale e della trasformazione in atto nei mercati, nei sistemi di business, nei modelli produttivi e organizzativi.
Sembra nei fatti ancora obiettivo lontano da raggiungere uno standard chiaro e ben definito che diventi parametro riconosciuto da tutti gli operatori e che permetta, quindi, una vera spendibilità su più ambiti e su più livelli della validazione e/o della certificazione ottenuta. Considerando i cambiamenti in atto nel contenuto di mestieri e professioni (v. anche la recente indagine contenuta nel rapporto dell’Osservatorio delle Competenze digitali 2018), potrebbe probabilmente essere utile condividere - in un prossimo futuro e in tavoli di lavoro specifici - il significato stesso di standard, riconoscendo la necessità di dare visibilità e trasparenza alle competenze, ma aggiornando al tempo stesso le metodologie e i modi di rilevarle.
L’assenza attuale di un processo di individuazione, validazione e certificazione delle competenze funzionante, concorre a rendere più complesso il possibile matching tra domanda e offerta. Quando invece, l’implementazione di un avanzato processo di certificazione si presenterebbe come uno strumento strategico di politica attiva contro l’inoccupazione e la disoccupazione.
Nel triennio 2018-2020 nel nostro Paese si creeranno almeno 300mila posti di lavoro solo per i professionisti digitali, il 50% dei quali è mediamente considerato dalle aziende di “difficile reperimento” perché l’offerta formativa non è in grado di preparare lavoratori con le competenze digitali richieste dal mercato (Fonte: stime Ufficio Studi Confindustria Digitale su dati Osservatorio delle Competenze Digitali 2018/CRISP).
Il tema delle competenze non riguarda tuttavia solo i professionisti digitali, ma tutti i lavoratori: dall’agricoltura al metalmeccanico passando per il turismo, la PA e i servizi fintech. Secondo la Commissione Europea il 90% dei posti di lavoro richiede già oggi un certo livello di alfabetizzazione digitale, ma attualmente il 56% degli italiani in età lavorativa non ha competenze digitali di base.
Vi è una miniera di know how che, non essendo adeguatamente mappata e valorizzata, finisce per esser dispersa in un momento, come quello attuale, in cui il rilancio della produttività necessita di saperi specialistici che faticosamente si riescono a ritrovare.
A nostro avviso, al fine di consolidare una strategia comune di certificazione, sarebbe opportuno fare riferimento a sistemi ormai consolidati a livello internazionale, europeo e nazionale, che forniscono delle linee guida, in certi casi operativi e con valore cogente (“norme”). A titolo esemplificativo:
 ISO ha prodotto lo schema ISO/IEC NP 27021 (Information technology – security techniques – competence requirements for security management systems professionals), che definisce un quadro di professionalità e uno schema dedicati a figure più operative (ISO/IEC NP 19896-1/2/3 “tester” ed “evaluator”).
 L’ente normatore europeo (CEN/TC 428) ha emanato recentemente una norma quadro sulle professionalità ICT ad ampio spettro, la EN 16234-1, che è il risultato di vari anni di attività di un “Consortium Workshop Agreement”, il CWA 16458. Si tratta della trasposizione europea della norma UNI 11506 sviluppata in Italia da UNI/UNINFO che è utilizzabile anche ai fini della legge 4/2013 sulle attività professionali non regolamentate.
 Il contesto europeo ha prodotto una “norma”, che, come tale, ha vigore e si applica in tutti i paesi dell’Unione, sostituendo eventuali norme degli enti normatori nazionali. La norma generale europea definisce le competenze ICT utilizzando lo schema eCF 3.0 che prevede 40 competenze e declina un insieme di 6 famiglie di “profili professionali” articolate in 23 “profili di seconda generazione”. A livello nazionale, la norma multiparte UNI 11621 consente di estendere i concetti definiti nella UNI EN 16234-1 e di definire, qualora il mercato lo richieda, anche i cosiddetti “profili professionali di terza generazione” (al momento sono stati definiti i “Profili professionali relativi alle professionalità operanti nel Web”, i “Profili professionali relativi alla sicurezza dell’informazione” e i “Profili professionali relativi all’informazione geografica”).
La definizione delle competenze dello schema eCF si appoggia su un insieme di “conoscenze”, cioè una specifica del dominio, volutamente molto scarna e poco articolata.
Ne consegue che anche i profili professionali sono definiti, da questo punto di vista, in maniera poco dettagliata.
In questo quadro normativo agiscono gli attori del mercato: chi vuole offrire un servizio di certificazione alle persone deve necessariamente costruire la sua offerta nel rispetto di questa normativa, oltre che nel rispetto delle altre regole che consentono a un ente di proporsi come “certificatore”.
Accanto a questi approcci più consolidati, a partire dal 2015 anche nel nostro Paese si sta diffondendo un nuovo approccio, quello degli Open Badge. L’aspetto particolarmente interessante degli Open Badge è la dinamicità: si può stimolare la contaminazione delle competenze creando Open Badge anche per mestieri e professionalità emergenti.
Alla luce delle considerazioni precedenti e dell’emergere di nuovi approcci che cercano di cogliere le novità e la velocità della rivoluzione digitale, un aspetto che ci preme sottolineare è la necessità di semplificare al massimo processi e normative.
 Possibilità di una nuova collaborazione tra pubblico e privato
Crediamo che una così importante e vasta tematica quale quella delle Competenze digitali, richieda una nuova capacità di dialogo e di collaborazione tra pubblico e privato.
Pertanto, come rappresentanti delle aziende del settore ICT, ci rendiamo disponibili a partecipare ad un tavolo di lavoro congiunto AgID-ANPAL-INPS-INAPP-mercato-Università/Enti di Formazione (aperto quindi a tutte le rappresentanze del settore in Italia), con l’obiettivo di delineare insieme le direttrici di un progetto di trasformazione sistemica attorno al tema delle competenze digitali, tutt’oggi sempre più richieste non solo in abito ICT, che tenga da conto il mercato reale il quale, alla fine, si connota come il vero e proprio target di riferimento, nonché fruitore di un esercizio di classificazione, definizione standardizzata e certificazione delle competenze. Questo tavolo potrebbe essere il luogo dove analizzare le esigenze di nuove professionalità e competenze legate alla diffusione delle nuove tecnologie (es. IA), le possibili innovazioni di metodologie e di approccio (come ad esempio, nuovi percorsi formativi pensati per favorire una maggiore convergenza tra scuola, università e impresa); e ancora i nuovi strumenti come quello ad esempio citato degli “Open Badge”, basato su best practice internazionali. Infatti tra i gap che osserviamo, oltre a quelli tra mondo dell’istruzione e dell’università e mondo delle imprese, vi è anche il gap di velocità e di attualità nel riconoscere e dare forma a riferimenti nuovi e a competenze di professioni e mestieri per i quali in molti casi (oggi e ancora in futuro) si è ancora alla ricerca di un linguaggio capace di descriverne job e contenuti di know how.