È importante distinguere tra nomi e cognomi italiani e nomi e cognomi stranieri.
Richiamiamo la grammatica italiana: ogni vocale può portare l’accento tonico, che di norma non viene segnato graficamente, fatta eccezione per le parole tronche, nelle quali l’accento grafico sull’ultima vocale è obbligatorio. Questa è la ragione per cui moltissimi nomi e cognomi italiani hanno l’accento: non è un vezzo, ma una diretta conseguenza della nostra storia e identità linguistica.
Le attuali tabelle sopra richiamate, volute da Brunetta nel 2008/2009, hanno complicato notevolmente la situazione con i consueti barocchismi burocratici all’italiana. Invece di adottare una regola semplice e uniforme — secondo cui nei documenti ufficiali i nomi e cognomi restano espressi nell’alfabeto italiano, che include i segni diacritici (à, è, é, ì, ò, ó, ù, ú), e vengono traslitterati nella corrispondente vocale senza segno diacritico (standard ICAO) solo quando necessario per esigenze informatiche — si è introdotta una soluzione artificiosa: per i nomi e cognomi italiani accentati, la scrittura in maiuscolo con l’aggiunta dell’apostrofo finale. Siamo l’unico Paese al mondo ad applicare una simile forzatura.
Tutti gli altri Paesi con lingue neolatine hanno adottato la soluzione più logica:
Anagrafe e documenti ufficiali dello Stato: nome o cognome originale scritto come previsto dalla lingua italiana (es. NICCOLÒ, MACRÌ, RODOTÀ, CARRÀ, DI GESÙ).
Compatibilità informatica (standard ICAO): versione senza segni diacritici (es. NICCOLO, MACRI) per i sistemi che non li supportano esempio l’area a lettura MRZ del passaporto.
In Italia, invece, la tabella ICAO è stata adottata solo parzialmente (per i nomi e cognomi stranieri), mentre per quelli italiani che prevedono l’accento grafico sull’ultima vocale è stata introdotta la forma con apostrofo dopo la vocale accentata (es. MACRI’). Questo ha generato un disallineamento sistemico senza precedenti. Siamo tutti consapevoli che l’apostrofo viene informalmente usato per sostituire l’accento a livello informale e per velocità di digitazione (basta leggere i messaggi di questa conversazione), ma queste storpiature non possono essere normalizzate nei documenti ufficiali; potremmo mai accettare che nelle scuole venga insegnato a scrivere lunedi’ al posto che lunedì? Non credo.
Esempio pratico:
Sul mio certificato di nascita il cognome è riportato correttamente, con accento grafico, in conformità sia alle norme della lingua italiana sia al DPR 3 novembre 2000, n. 396.
Se inserisco il cognome con accento (come da certificato) in una pratica bancaria, questa viene bloccata per mancata corrispondenza dei dati anagrafici registrati dallo Stato.
Se prenoto un volo Ryanair usando la forma scritta del mio cognome così come appare sui documenti (passaporto o CI) ovvero: traslitterata con apostrofo; es. MACRI’), il sistema esercita un blocco non permettendomi la compilazione (giustamente, perché rileva un errore, l’apostrofo non è seguito da nessuna parola); quindi per completare la prenotazione devo usare la forma grammaticalmente corretta che prevede l’aggiunta della vocale accentata (es. MACRÌ), pur non coincidendo con il documento presentato all’imbarco.
Lavoro in università all’estero e posso confermare che, nei sistemi internazionali, si preserva il dato anagrafico originale e si utilizza una traslitterazione (ICAO) solo dove necessario (raramente, siccome tutti i sistemi avanzati supportano i segni diacritici).
In Italia, invece, abbiamo di fatto normato il pasticcio di una “traslitterazione della traslitterazione”, una tabella nella tabella. Quando provo a spiegare questa situazione agli uffici anagrafici esteri, la reazione è di totale incredulità.
Ho anche tentato una rettifica tramite ANPR, ma allo sportello comunale mi è stato confermato che viene applicata rigidamente la tabella del 2008; quindi bisogna tenersi l’apostrofo, nonostante il certificato di nascita rilasciato dal Comune presenti il cognome accentato.
Il problema è che non si è compreso l’impatto a lungo termine di questa scelta, che rivela una preoccupante carenza sia linguistica sia informatica a livello dirigenziale.
La circolare Brunetta presupponeva un dato originario corretto (come nel mio caso sul certificato di nascita cartaceo), da cui derivare la traslitterazione informatica. Ma con i sistemi digitali, se si registra fin dall’inizio un nome “alterato”, quel nome o cognome corretto non esisterà più in alcuna forma documentale di riferimento.
Eppure la soluzione sarebbe banale: dal punto di vista tecnico, correggere questo problema richiederebbe una modifica minima (letteralmente una linea di codice),e dal punto di vista normativo, basterebbe copiare quanto avviene negli altri Paesi europei (Francia, Spagna, Germania, ect).
Stiamo parlando di lingua italiana, di nomi e cognomi italiani — non di casi esotici o stranieri.
Va detto, per correttezza, che il personale comunale esegue semplicemente le disposizioni ricevute. Ma è evidente che, se messo nelle condizioni di farlo, non avrebbe alcuna difficoltà a digitare una lettera accentata — esattamente come tutti noi scriviamo quotidianamente “lunedì”, “perché”, “caffè”, “città”, “Forlì”. La responsabilità è dirigenziale e politica.
Il rischio è che questo disinteresse produca effetti a catena su tutti i cittadini con accento sull’ultima vocale del nome o cognome per decenni a venire.
Si arriva persino a paradossi interni allo stesso documento di identità, ipotizziamo di trovarci tra le mani la CI della signora SARA CARRÀ: si leggerà correttamente CARTA DI IDENTITÀ, ma poco sotto un cognome come CARRÀ verrà trasformato in CARRA’.
Tutto davvero incomprensibile… speriamo che qualcuno operante nell’amministrazione centrale, dotato di un minimo di buon senso, legga le nostre testimonianze.