Stablecoin in € arriva prima del EuroDigitaleBCE

Queste non sono due opzioni, a) o b) non cambiano niente. Sia i governi dei singoli stati, sia le autorità europee di fatto sono stati messi al servizio delle corporations anglo-americane.

Tutti e due stanno lavorando per legare la vita dei cittadini ai fili tesi da Big Tech.

In realtà esiste anche una terza opzione e cioè “la via della seta”. Questa non lega la vita dei cittadini alle Big Tech americane ma le lega al governo cinese.

Tutti noi vorremmo un wallet sganciato da google e da apple e questo potrà accadere solo se la UE riesce a vincere il braccio di ferro con gli USA . Ad oggi c’è da essere pessimisti perchè la UE è molto debole. Non è detto però che il vento trumpiano continui a soffiare così forte per tanto tempo ancora!

Trump o dem non cambia nulla. L’unica vera differenza fra USA e UE è che negli USA qualunque partito vinca le elezioni, perseguono sempre la politica di difesa dell’interesse nazionale e in particolare dei campioni nazionali a qualunque costo (anche militare, se necessario). In UE invece sembra che l’obiettivo sia autodistruggere qualunque cosa di valido o forte che si trovi in uno degli Stati UE.

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Una sintesi perfetta!

Trump è diverso dai dem perchè lui è quello della “America First”. E non solo!

E’ vero che anche i dem fanno (come è logico che sia) gli interessi del loro paese ma ci sono modi e modi.

Non credo che i dem avrebbero:

a) usato la leva dei dazi come un’arma di distruzione di massa

b) bullizzato l’Unione Europea e minacciato di ritirarsi dalla Nato, costringendo la UE a riarmarsi e comprare le armi americane

c) attaccato frontalmente le Istituzioni dell’ONU e contribuito a demolire il diritto internazionale e il multilateralismo

d) ritirato (per la seconda volta dopo la correzione di Biden del 2021) gli USA dagli accordi di Parigi sul Clima

e) ritirato (per la seconda volta dopo la correzione di Biden del 2021) gli USA dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità

f) spalleggiato spudoratamente lo Stato di Israele nella tremenda rappresaglia condotta nei confronti dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania

g) incoraggiato Putin ad andare avanti nella sua occupazione dei territori del Donbass

h) tagliato drasticamente i finanziamenti destinati all’USAID (l’agenzia che finanzia ONG di tutto il mondo ) e l’UNFPA (l’agenzia che finanzia programmi sanitari del mondo dell’infanzia)

i) tagliato finanziamenti alle Università non allineate

E queste sono le cose che Trump è riuscito a fare in meno di 12 mesi!

Non credo proprio che Trump e Dem siano la stessa cosa.

La Commissione UE e’ al momento probabilmente divisa tra continuare a seguire le politiche USA di Biden (Clinton, Obama) o orientarsi alle nuove politiche USA di Trump. Strategie originali UE non sono in agenda.

Il problema della UE è che la Commissione conta poco. Chi decide è il Consiglio Europeo (cioè i capi di stato e di governo) che non ha una strategia a lungo termine ma vive alla giornata.

Nei giorni scorsi si è discusso su questo post anche sulla questione se l’EuroDigitale della BCE può essere o meno utile.

Segnalo questo articolo di Mario Dal Co che fa una disamina approfondita sulla competizione che si sta creando fra le le valute digitali offerte dalle Banche Centrali (CDBC) e le valute digitali delle banche commerciali o dei privati in generale.

Riporto di seguito alcuni passi che ritengo importanti:

  • “Questi costi (la gestione del contante) sono stupefacenti: il 5–10% dei costi delle banche e tra il 5 e il 15% dei costi delle aziende. Non disponiamo di dati precisi sui costi che sostiene il consumatore, che inconsapevolmente paga sia con i fee sui conti correnti sia con i fee sui bancomat, sia con i fee dell’accesso attraverso i distributori non bancari.”

  • " La posizione della Banca d’Inghilterra esplicita un ruolo di supplenza se il sistema bancario indugia e non si modernizza. Per le Banche commerciali è una sfida."

  • “Ma il punto interessante della politica enunciata da Bailey è l’espressione “a parità di altre circostanze”. Alla domanda se bisogna estendere il CBDC anche al pubblico, Bailey aggiunge: “A priori dico che la risposta è che la moneta creata dalle Banche commerciali è il luogo più adatto per la creazione della CBDC per il pubblico. Ma conclude il suo intervento con un avvertimento rivolto proprio alle Banche commerciali: affinché la moneta delle Banche commerciali funzioni efficacemente, deve tenere il passo con le esigenze degli utenti. In assenza di innovazione nella moneta delle Banche commerciali, le Banche centrali potrebbero diventare gli unici protagonisti nell’innovazione dei pagamenti al dettaglio.”

  • “Le Banche commerciali temono una “competizione” da parte di CBDC nei confronti dei depositi perché CBDC: 1)non ha motivi di lucro da parte della Banca centrale; 2) è sostenuta direttamente dal governo che fa le regole; 3) ha una struttura di costi più efficiente perché non abbisogna di filiali e agenzie e non deve offrire rendimenti positivi agli azionisti.”

  • " La lobby delle Banche commerciali ha avuto la meglio negli Stati Uniti , dove la creazione della valuta digitale è stata espressamente fermata , complice anche la propensione trumpiana a favorire lo sviluppo delle cyber valute ."

  • " Oggi, gli Stati Uniti sono l’unico grande paese che ha espressamente vietato l’adozione del CBDC, mentre la Cina ha sviluppato il maggior progetto di CBDC del mondo, chiamato e-CNY o yuan digitale.
    Esso ha due obiettivi principali: frenare e controllare la crescita del ruolo dei pagamenti privati (soprattutto i maggiori: WeChat Pay e Alipay) e rafforzare la competitività dello yuan nel sistema dei pagamenti internazionali. Il volume delle transazioni ha raggiunto, nel 2024, quasi 1.000 miliardi di dollari, con una crescita di 4 volte rispetto all’anno precedente.
    La strategia cinese è di introdurre la valuta elettronica mantenendo le Banche commerciali come intermediari. D’altra parte, esse sono in larga misura possedute dal governo centrale e da quelli locali e quindi il conflitto tra Banca centrale e Banche commerciali è di proporzioni ridotte rispetto ai sistemi occidentali."

  • " Oggi, i progetti CBDC sono guidati dall’obiettivo degli Stati di non essere superarti da altOggi, i progetti CBDC sono guidati dall’obiettivo degli Stati di non essere superati da altri paesi , di non perdere la sovranità nel governo della moneta, nella convinzione che la moneta digitale sia foriera di innovazione e di riduzione dei costi delle transazioni , anche se inizialmente richiede investimenti importanti in tecnologie e infrastrutture."

Interessante anche questo articolo di Federico Rampini di oggi sul Corriere:

"Le stablecoin sono diventate uno dei nuovi fronti caldi della competizione tra Stati Uniti e Cina: un terreno dove si intrecciano sovranità monetaria, controllo dei capitali, tecnologia e lotta per l’egemonia del dollaro.

In vantaggio per il momento è l’America che «istituzionalizza» le stablecoin in dollari.

La Cina è combattuta tra paura di perdere il controllo e tentazione di usare gli stessi strumenti per espandere l’uso internazionale dello yuan o renminbi.

Tra gli sviluppi più recenti del 2025: l’entrata in vigore della legge americana GENIUS Act; la nascita di un regime di licenze per gli emittenti a Hong Kong; e un nuovo giro di vite di Pechino sulle attività cripto.

Intanto il mercato del Bitcoin sta vivendo una fase di forte correzione. Ma è bene ricordare che le stablecoin e le criptovalute sono due cose ben diverse, quasi diametralmente opposte: in comune hanno solo la dimensione digitale.

La grande svolta è arrivata con il GENIUS Act (Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins), la legge americana che crea un quadro organico per regolamentare le «stablecoin come strumenti di pagamento» denominate in dollari, emesse sia da banche sia da soggetti non bancari autorizzati.
La legge è ormai in vigore e ha un consenso bipartisan: Donald Trump l’ha firmata il 18 luglio 2025, dopo un passaggio con ampie maggioranze in Senato e alla Camera.

Il cuore del progetto: trasformare le stablecoin in «quasi contante digitale», riconosciuto e vigilato, in grado di circolare sulle nuove infrastrutture di pagamento globali. L’idea è che, se le stablecoin sono emesse da banche o da «emittenti qualificate», con riserve in dollari e titoli del Tesoro, la parità uno a uno diventa credibile e stabile, e questi token possono essere considerati mezzi equivalenti alla liquidità.

Alcune stime parlano di possibili emissioni fino a 1,75 trilioni di dollari in stablecoin nei prossimi anni: sarebbe un gigantesco potenziamento dell’ecosistema del dollaro, non una sua alternativa. Ecco la posta in gioco: le stablecoin in dollari combinano la tradizionale forza del dollaro con la velocità e l’anonimato della blockchain, creando una sorta di «oro digitale» facilmente trasferibile a livello globale.

Il GENIUS Act apre ora una fase di regolazione secondaria: le autorità (Fed, OCC, FDIC, SEC) devono scrivere le regole tecniche su riserve, governance, vigilanza e accesso al sistema dei pagamenti.
Dietro questa ingegneria regolatoria c’è un obiettivo geopolitico: se «tokenizzo» il dollaro in modo sicuro e regolato, allargo ulteriormente il suo raggio d’azione nei pagamenti digitali, nelle rimesse, nel commercio internazionale, perfino nelle economie che cercano di affrancarsi dalla sfera americana.

La Cina oscilla tra paura e imitazione. Il regime comunista ha costruito il suo potere sul controllo capillare dei flussi di denaro: repressione finanziaria sui risparmiatori (il termine indica il fatto che i cittadini hanno scarse alternative ai conti bancari nazionali, che rendono poco), controlli sui movimenti di capitali, possibilità di premiare o punire le élite economiche usando l’accesso al credito come leva politica.

Le stablecoin in dollari, specie se emesse da grandi banche americane, minacciano questo sistema su più fronti: offrono agli esportatori cinesi un mezzo di pagamento in dollari a basso costo, aggirando parte del sistema bancario nazionale; creano circuiti paralleli che sfuggono ai controlli sui capitali; nel lungo periodo potrebbero sostituire lo yuan in molte transazioni, erodendo la sovranità monetaria. Ricercatori cinesi legati a JD.com e altri gruppi riconoscono esplicitamente che il sostegno americano alle stablecoin bancarie rafforza ulteriormente il ruolo del dollaro nel commercio e può aumentare la domanda di Treasury Bond, riducendo il costo di finanziamento del debito pubblico per Washington.

La reazione di Pechino è stata finora ambivalente. All’interno del paese rimane il divieto pressoché totale delle criptovalute. La sperimentazione della propria stablecoin, il renminbi digitale (e-CNY), non ha avuto il successo sperato, surclassato nei pagamenti quotidiani dalle piattaforme digitali private di Alipay e WeChat Pay. Si registra una crescente apertura, almeno nel dibattito interno, verso la possibilità di stablecoin in renminbi-yuan, ma solo in versioni rigidamente controllate.

Qui entra in gioco Hong Kong. Avanza l’idea di usare la città come laboratorio per stablecoin in RMB offshore, preservando invece i controlli sui capitali nella Cina continentale. Nel 2025 questa ipotesi è diventata realtà normativa: la legge «Stablecoins Ordinance», approvata dal Consiglio Legislativo a maggio, è entrato in vigore il 1° agosto 2025 e ha creato un regime completo di licenze per gli emittenti di stablecoin. Hong Kong dunque consente a soggetti autorizzati di emettere stablecoin legate al dollaro di Hong Kong (ancorato al dollaro USA) e potenzialmente allo yuan offshore (CNH); si propone come hub regolato per testare stablecoin in yuan, rivolte ai mercati internazionali. Resta però in equilibrio precario: troppo entusiasmo per le monete digitali a Hong Kong rischia di far scattare reazioni ostili a Pechino. Non a caso, nelle ultime settimane la People’s Bank of China – la banca centrale di Pechino – ha riunito più agenzie per ribadire un giro di vite sulle valute virtuali, con particolare attenzione alle stablecoin, lamentando rischi di speculazione e falle nell’antiriciclaggio. L’annuncio ha spinto grandi gruppi come Ant e JD.com a sospendere alcuni progetti di tokenizzazione. La linea cinese, quindi, resta: repressione sul continente; sperimentazione controllata e reversibile a Hong Kong; nessuna intenzione di accettare stablecoin decentralizzate e anonime.

La sfida strategica può vedere a livello globale un dollaro più «privatizzato» contro il renminbi-yuan di Stato.

La competizione Usa–Cina sulle stablecoin si può leggere così.

Gli Stati Uniti privatizzano in parte la proiezione del dollaro, delegando a banche e altre emittenti regolate la creazione di dollari sintetici che viaggiano sulle blockchain. Il GENIUS Act offre un «ombrello» legale a questo processo. La Cina, invece, punta a un modello dove la moneta digitale (e-CNY o future stablecoin in RMB) è pienamente integrata con l’infrastruttura di sorveglianza: identità digitale, riconoscimento facciale, limiti geografici e settoriali alla spesa, date di scadenza del denaro, tutte funzioni già testate nel renminbi digitale. Hong Kong è il campo di prova dove Pechino cerca di conciliare due obiettivi contraddittori: sfruttare il nuovo ecosistema delle stablecoin per internazionalizzare lo yuan e, al tempo stesso, non allentare davvero i controlli sui capitali.

Al momento, però, il peso relativo è chiarissimo: oltre il 99 per cento delle stablecoin emesse nel mondo è in dollari. Anche nel campo delle monete tradizionali i rapporti di forza restano a favore dell’America in modo soverchiante; la quota dello yuan nei pagamenti globali resta intorno al 4 per cento.

Tokenizzare lo yuan non basta: la vera sfida per la Cina è interna, fatta di riforme strutturali per ridurre la dipendenza dalle esportazioni e accrescere la fiducia di lungo periodo nella sua crescita. Senza questo, anche la più sofisticata stablecoin in RMB resta un rivestimento tecnologico di una valuta che i mercati continuano a percepire come poco libera.

Per finire qualche chiarimento utile sui concetti utilizzati.

La differenza tra criptovalute e stablecoin? Le criptovalute «classiche» come Bitcoin non sono ancorate a un’attività sottostante. Il loro valore dipende dall’incontro tra domanda e offerta sul mercato, quindi è estremamente volatile. Nascono spesso con l’aspirazione di essere monete alternative, non controllate da alcuno Stato. Il meccanismo di consenso all’origine della loro credibilità serve a garantire l’integrità della blockchain, non la stabilità del prezzo. Le stablecoin invece sono token digitali progettati per mantenere un valore stabile, di solito 1:1 con una valuta (dollaro, euro) o con un paniere di attività sicure. L’emittente promette di detenere in riserva attività equivalenti (contante, titoli di Stato a breve, depositi bancari). Se le riserve sono solide e trasparenti, la stablecoin assomiglia a una «moneta elettronica» o a un fondo monetario tokenizzato. Nella pratica, molte stablecoin non hanno sempre mantenuto la parità, specie quando le riserve erano opache o composte da asset rischiosi; di qui l’esigenza di regole come il GENIUS Act.

Le spiegazioni più diffuse per la recente perdita di valore del Bitcoin?
Tra ottobre e inizio dicembre 2025 il prezzo del bitcoin è sceso dai massimi storici sopra 120.000 dollari a valori intorno agli 85.000–90.000, con cali giornalieri anche superiori al 5 per cento. Le interpretazioni più citate dagli analisti convergono su alcuni fattori: un clima recente di avversione al rischio tra gli investitori, con vendite simultanee su azioni tech e cripto. Incertezza sulla traiettoria dei tassi delle banche centrali, che rende meno appetibili gli asset speculativi. Leva eccessiva (cioè acquisti finanziati indebitandosi) nel sistema cripto: molti investitori operavano con debiti molto elevati (anche 100–200 volte il capitale), amplificando al ribasso qualunque correzione. Le liquidazioni forzate di posizioni a margine hanno accelerato le cadute di prezzo. In sintesi, mentre il dollaro a lungo termine può rafforzare il suo ruolo globale grazie all’istituzionalizzazione delle stablecoin, Bitcoin attraversa una fase di volatilità che conferma il suo ruolo di asset altamente speculativo, più che di moneta alternativa stabile. "

Non potevo (sul tema dell’Euro Digitale) non rilanciare l’articolo del collega @tumeco sempre magistrale!

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Ottimo articolo, che descrive bene la situazione. E’ comprensibile, il che non guasta :wink:

Resta una curiosita’ (e ci mancava…) Se l’Euro digitale puo’ venire utilizzato offline con una smart card, come viene verificata l’identita’ di chi paga? Un PIN, e nel caso da introdurre dove?

deve essere garantito l’anonimato (come nel contante) …vedremo come lo realizzeranno

sui dettagli tecnici bisogna aspettare il Regolamento

In questo thread avevamo fatto delle riflessioni interessanti su alcune questioni critiche che riguardano i pagamenti online:

  1. la sicurezza alla luce delle annunciate guerre cibernetiche
  2. la dipendenza dagli USA
  3. l’EuroDigitale e i pagamenti offline

Segnalo un interessante articolo sul tema pubblicato oggi su www.money.it a cura di Alessandro Nuzzo:


A partire dal prossimo luglio i paesi nordici potrebbero introdurre un nuovo sistema di pagamento. Esigenza nata dopo il timore di attacchi cyber.

I Paesi nordici hanno da sempre avuto un certo feeling con i pagamenti digitali e sono infatti tra le nazioni europee con la più alta percentuale di transazioni effettuate con questo metodo. La Svezia, in particolare, è un leader globale nei pagamenti digitali, con una forte adozione di carte e applicazioni bancarie. Tuttavia, nel 2025 qualcosa sembra essere cambiato. Quest’anno, infatti, pare esserci stata un’inversione di tendenza, una vera e propria «retromarcia» sul cashless, con il ritorno del contante. Il motivo? Soprattutto ragioni di sicurezza informatica e il timore di attacchi cyber.

Si vive oggi in un clima di incertezza geopolitica, con guerre che non si combattono solo sul campo, ma anche attraverso cyber attacchi e sabotaggi. Un contesto che i Paesi nordici conoscono bene, visto quanto accaduto nel Mar Baltico, dove si sono verificati episodi di cavi sottomarini tranciati, con Mosca accusata di essere responsabile, anche se la Russia ha sempre negato ogni coinvolgimento.

La Svezia studia un nuovo mezzo di pagamento offline

Poiché il rischio di interruzione delle comunicazioni è elevato in un contesto geopolitico instabile, la Svezia, insieme agli altri Paesi nordici e all’Estonia, sta sviluppando un nuovo sistema di pagamento con carte bancarie accessibile offline. In pratica, sarà possibile pagare con le carte anche in assenza di connessione a Internet. La Riksbank ha dichiarato in un comunicato: «Per rafforzare la resilienza del sistema dei pagamenti, è urgentemente necessario poter pagare offline con le carte e utilizzare il contante per l’acquisto di beni essenziali».

Secondo la stessa Riksbank, l’obiettivo è rendere operativo questo nuovo sistema di riserva entro il 1° luglio 2026, un’infrastruttura che dovrà essere in grado di gestire interruzioni delle connessioni Internet fino a sette giorni. Ma come è possibile sviluppare un sistema del genere? Semplicemente basando i pagamenti offline su terminali che crittografano e memorizzano le transazioni fino al ripristino della connessione. È un meccanismo simile a quello già utilizzato sugli aerei, quando si effettuano pagamenti con la carta a bordo. I POS installati sugli aeromobili sono configurati per accettare transazioni offline, memorizzando i dati e processandoli successivamente, una volta tornati a terra e ristabilita la connessione.

Purtroppo, l’infrastruttura delle telecomunicazioni non è completamente sicura né impermeabile. Soprattutto nei Paesi nordici, i cavi in fibra ottica corrono sui fondali marini e possono essere bersaglio di attacchi o danneggiamenti accidentali causati da navi che trascinano le ancore. In passato si sono già verificati casi simili, con la conseguenza che la connessione Internet è stata interrotta in più Paesi. Da qui nasce la necessità di prevedere un’alternativa ai pagamenti digitali, che per funzionare richiedono necessariamente una connessione attiva.

Addio dipendenza da Visa e MasterCard

Un altro tema sollevato riguarda la dipendenza dell’Europa dai colossi americani dei pagamenti, come Visa e MasterCard. Oggi la maggior parte delle carte utilizza circuiti statunitensi per le transazioni e, se un giorno negli Stati Uniti qualcuno decidesse di usare il sistema dei pagamenti come strumento di pressione o di «staccare la spina» all’Europa, i pagamenti digitali andrebbero offline. Per questo motivo è necessario individuare soluzioni alternative anche sotto questo profilo. Si sta valutando l’introduzione di un euro digitale, una valuta non fisica collegata all’euro ma con strumenti di pagamento controllati dalla Banca centrale europea. Questa soluzione è già allo studio e l’obiettivo è renderla operativa entro il 2029.

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@Paolo_Del_Romano Ottime informazioni, ma non si capisce bene se quelli che decidono “ci sono o ci fanno”.

Iniziamo dalla Svezia. Questa e’ la brochure ufficiale per tutti i residenti con le informazioni per situazioni di crisi (in inglese) https://rib.msb.se/filer/pdf/30874.pdf

A p.17 consigliano di tenere con se’ del contante. Il problema e’ che molti svedesi, specie i millennial, non hanno idea di come sia il contante perche’ oggettivamente non ce n’e’ bisogno. Non l’hanno mai visto. Anche i barboni hanno il POS e per i micropagamenti esiste il servizio Swish. Un esercito di invasione potrebbe usare i propri biglietti di banca scrivendo “Corone” al posto di “Rubli” e avrebbe buone possibilita’ di successo.

Per entrare in pieno in quella di imprese private e dei giganti degli smartphone. Dal 1 gennaio 2026 Bancomat non esistera’ piu’ e tutte le transazioni saranno tramite carta di debito, appoggiata ai circuiti MC e VISA. Non sto ora a chiedere, troppo ovvio, se non sarebbe stato piu’ razionale mantenere Bancomat invece di dismetterlo per poi andare a trappolare con l’euro digitale e soluzioni simili. E sarei pronto a scommettere che anche quando ci sara’ l’Euro digitale qualche punto centrale della filiera restera’ sotto controllo di qualche multinazionale extra-UE. Vuoi il sistema operativo degli smartphone, vuoi qualcos’altro, ma il controllo completo non sara’ in mano nostra.

Io riattiverei il Bancomat…

oggi passo importante in Consiglio UE:

Il Consiglio reitera invece l’importanza di un euro digitale nelle due modalità online e offline, ritenute entrambe «necessarie ed essenziali», sottoscrivendo così in pieno la posizione della Banca centrale europea.

Zecca e Poste (aziende dello Stato) si stanno lanciando anche per avere un ruolo nel Euro Digitale

Segnalo l’articolo di di Francesco Bertolino e Andrea Rinaldi sul Corriere di oggi:


PagoPa (e App Io) cambiano padrone: Zecca e Poste rilevano dal Mef la società dei pagamenti digitali.

L’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato (Ipzs) e Poste Italiane comprano PagoPA dal Ministero dell’Economia. All’Ipzs andrà il 51% del capitale della piattaforma per i pagamenti verso la pubblica amministrazione, mentre Poste rileverà il restante 49%. I due gruppi pagheranno al Mef circa 500 milioni, di cui 400 milioni subito e 100 milioni in un secondo momento e solo qualora la società raggiunga determinati obiettivi nei prossimi anni.
PagoPa, proprietaria fra l’altro dell App Io, conta 380 dipendenti e ha chiuso il 2024 con 118 milioni di ricavi. Quest’anno la piattaforma ha gestito quasi 400 milioni di transazioni per un controvalore di 89 miliardi di euro.

La quotazione della Zecca

L’acquisizione del suo controllo va così a rafforzare l’offerta di servizi della Zecca dello Stato, anche in vista della possibile quotazione in Borsa. L’obiettivo, spiega una nota della società controllata al 100% dal Tesoro, «è rendere più efficiente e semplificare la gestione dei servizi digitali pubblici, dall’identità ai pagamenti e sviluppare il Sistema IT-Wallet», ossia il portafoglio digitale con cui lo Stato italiano consente ai cittadini di conservare, consultare e usare documenti, certificati e attestazioni digitali nello smartphone. In questo modo la futura identità smaterializzata dei cittadini sarà a portata di clic ed è possibile che PagoPA e, quindi, l’Ipzs abbia in futuro un ruolo anche nell’euro digitale.

Il nuovo dg dell’Ipzs

«L’ingresso in PagoPA è una scelta industriale, non simbolica — rimarca l’ad della Zecca dello Stato, Michele Sciscioli — L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato porta competenze, affidabilità e una solida cultura della sicurezza. L’obiettivo è accelerare in modo concreto l’evoluzione dei servizi pubblici. Più efficienza per lo Stato, più fiducia per cittadini e imprese». Va in questa direzione la nomina di Maurizio Fatarella, già direttore generale di PagoPa, come dg di Ipsz: una scelta compiuta per garantire continuità operativa e strategica nell’azienda.

I numeri di PostePay

Quanto a Poste, l’acquisto del 49% di PagoPA va a rafforzare la presenza del gruppo nel settore dei pagamenti digitali, uno dei pilastri del gruppo guidato da Matteo Del Fante che da anni sta sviluppando l’offerta di PostePay che gestisce 28,7 milioni di carte e 14,4 milioni di portafogli digitali. «L’obiettivo — spiega una nota — è favorire la diffusione capillare dei servizi e dei pagamenti digitali, contribuendo al tempo stesso a ridurre progressivamente il divario digitale».

Il vaglio Antitrust

L’operazione – a cui hanno lavorato in veste di advisor Kpmg, Occ Capital e Vitale – sarà soggetta all’autorizzazione dell’Antitrust, a cui è sospensivamente condizionata. I diritti di opzione esercitati ieri da Ipzs e Poste Italiane erano stati attribuiti ai due gruppi dal «Decreto Pnrr» del 2024 che prevedeva la vendita di PagoPa e su cui però erano intervenuti i rilievi proprio dell’Authority e le perplessità del mondo bancario, di fatto allungando i tempi di cessione di un anno. Il governo ha poi modificato il decreto inserendo alcuni correttivi tesi a evitare che Poste possa esercitare un’influenza dominante sulla società e assicurare parità di trattamento fra gli utenti della piattaforma

Sara’ perche’ sono nato nel secolo sbagliato, ma queste proposte non riescono a entusiasmarmi.

Servizi di base: istruzione, sanita’, difesa, sicurezza, rete di trasporto ecc. e ora anche i canali di transizioni digitali quali ANPR, pagamenti semplici et sim. dovrebbero essere e restare al 100% in mani pubbbliche. Questo non e’ in contraddizione con scuole di elite, cliniche private, wallet per fondi strani… ma deve esserci un limite ben preciso. Il cittadino semplice e senza particolari esigenze non deve essere costretto a rivolgersi a societa’ quotate in borsa per soddisfare bisogni essenziali. Per una societa’ quotata le indicazioni degli azionisti saranno comunque sempre prioritarie rispetto alle esigenze degli utenti.

Credo che uno dei motivi principali di disaffezione degli europei alla politica sia proprio il percepire che ormai nessuno mette in chiaro questi principi elementari - e agisce di conseguenza.

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Io penso che il controllo degli azionisti su una gestione non deficitaria, oculata ed efficiente rispetto al controllo dei politici esercitato sulle aziende pubbliche (che pensano solo a soddisfare le loro clientele e quindi tutto impostato sul “voto di scambio”) sia migliore.

Ricordo le Poste quando erano a gestione diretta dello Stato; ricordo quando le gestiva Remo Gaspari: era pieno di raccomandati che non avevano nessuna intenzione di svolgere il lavoro per il quale erano pagati. E infatti dovette introdurre l’indennità di presenza per combattere l’assenteismo!

Stesso discorso per tante aziende di pubblici servizi che poi sono state privatizzate (energia, telefono, etc). Ricordo che per poter allacciare una utenza telefonica dovetti attendere 3 mesi. E ci si andava a raccomandare per cercare di accelerare.

Quindi nessuna nostalgia di quel passato.

Mentre io ricordo come funzionavano i servizi pubblici in Scandinavia ai tempi di Olof Palme: gestori con carriere rigorosamente interne alle aziende e competenze specifiche nel settore di attivita’. Stipendi 4-5 volte superiori a quelli del dipendente medio (e dei quali il 70% andava in tasse). Ferrovie, telefoni, energia erano al top mondiale. C’era un’ottima sinergia tra pubblico e privato. Dopo le liberalizzazioni degli anni 1990 e l’ingresso nella UE hanno iniziato a copiare il modello sudeuropeo/italiano, a iniziare dall’influenza politica nelle nomine. La qualita’ delle aziende pubbliche e’ crollata. Molte private sono state vendute all’estero. Ad esempio, Volvo e’ cinese.

Un paese che dovremmo certamente imparare a conoscere meglio e’ la Cina e la sua sinergia tra pubblico e privato. Ma su questo e’ difficilissimo trovare informazioni.